• Make it Adventure 1988 ➡ 2018 ~ Parte 3/3

    by  • settembre 21, 2019 • Me, Moto, Motori, Real, Viaggi • 0 Comments

    L’Enduro

    Più di una volta qualcuno in viaggio con me mi ha descritto la TET Bosnia come facile, adatta anche alle grosse moto, esclusi alcuni punti in cui la traccia sale per una strada e scende per la stessa, rendendo quel pezzo non essenziale. Così tranquillissimi abbiamo affrontato il primo giorno di traccia preoccupandoci solo dei punti non obbligatori. Ma dieci minuti dopo l’inizio del secondo giorno ci troviamo su una pista da sci in salita, su terreno umido tra fango e erba bagnata. Nessuno ha tasselli puri, solo le classiche k60 e e07. La piccola Aprilia dopo un primo passo falso riesce a raggiungere gloriosa la vetta! A Luca col KTM 990 avevo direttamente sconsigliato di provarci, mi tornava in mente il mio 990 attaccato ad una cinghia con le e07 che non collaborano. Rebecca e il DRZ inizialmente non sembravano nemmeno dell’idea di provarci.

    Così, arrivato in cima, mi godo il momento, piazzo la macchina fotografica sul piccolo treppiede e mi faccio un autoscatto. In quell’esatto istante un DRZ fa capolino dal sentiero e raggiunge anche lui la vetta, giusto il tempo per essere immortalato! Mai autoscatto fu più preciso di così. Scendendo scopriamo che Luca aveva tentato l’impresa di portare in cima il 990, non aveva avuto fortuna, ma sembrava tutto sommato contento 😁 .

    Ma quello era solo l’inizio.

    Una tranquilla strada bianca lascia la pianura per iniziare la scalata del monte Raduša, trasformandosi in una bella e tosta strada molto sassosa che inizia a salire con decisione. Questa volta ci dividiamo, troppo “spaccabraccia” per il pesante 990. Ci diamo appuntamento al di là della montagna, orario dell’appuntamento indefinito. I due monocilindrici proseguono in quello che diventa un ottimo banco di prova per la nostra resistenza psicofisica.

    La piccola Aprilia è in forte difficoltà a quelle altitudini e con quelle pendenze; per qualche tipo di conformazione ciclistica / geometrica nelle forti salite costringe ad un lavoro immane le mie braccia, l’altitudine in più peggiora la carburazione ai bassi facendo diventare l’erogazione “a strappi”, con una perdita di potenza importante. Ho visto poi il DRZ più a terra che in piedi. Ognuno a suo modo riesce a tenere alto il morale e a fare forza all’altro, quasi sempre.

    Le rocce diventano terra umida, la strada si fa quasi piana prima che un sentierino si separi per salire un altro po’, si vede la vetta e finalmente arrivo facendo gli ultimi metri a piedi. Una nebbia fitta nasconde il panorama ma la soddisfazione di essere arrivato fin lì non viene intaccata.

    Non abbiamo pranzato, siamo stanchi morti; tutti sudati ci troviamo circondati dalla nebbia colpiti da un vento freddo. Luca ci aspetta dall’altro lato della montagna, è il caso di scendere il prima possibile. Ecco una lezione valida per il futuro: mai pensare di aver già passato il peggio senza averne effettivamente la giusta cognizione di causa! La discesa non è meno impegnativa, per la prima e unica volta mi ritrovo incastrato, non riesco a sollevare la moto e nemmeno a trascinarla. Solo in due riusciamo a smuoverla. Qualcuno si è divertito a creare delle barriere di massi in mezzo alla strada, non una ma ben quattro barriere insormontabili. Tuttora ne ignoro il motivo*. Ogni barriera ha un passaggio per i pedoni, tutti abbastanza stretti, alcuni su fango e pendenza, altri con un bel precipizio a lato. Incontriamo il primo segno di civiltà subito dopo l’ennesima barriera, alcuni taglialegna che grazie all’aiuto di qualche cavallo trasportano i tronchi dal cuore del bosco ad uno spiazzo sulla strada. Manca poco!

    Inizio ad essere veramente stanco e affamato, ci mettiamo un’ora e mezza a scendere, sono le quattro di pomeriggio, ho guidato una moto scarburata del 1988 per tre ore in mulattiera e non mangio niente da sei ore. La motivazione legata al divertimento e alla spensieratezza si trasforma in determinazione puramente pragmatica. Inizio a essere silenzioso, dobbiamo riuscire a scendere senza farci male. Fortunatamente Luca nel frattempo ha fatto un bell’incontro in un bar del paese sul lago ai piedi della nostra montagna: il bar è sprovvisto di cibo ma dopo qualche minuto una signora provvede a riempirlo di pita e altre specialità locali al costo di una birra in uno dei nostri pub e con porzioni valide per tre! Al primo morso ricomincio a parlare.

     

     

    Ultimo giorno di TET

    Affronto l’utimo giorno di TET con un pizzico di tristezza, il viaggio sta per finire e tutto finora è andato talmente bene che la voglia di tornare è sotto zero. Cerco di non pensarci mentre ci godiamo una splendida salita sul monte Čvrsnica, questa volta la strada è fattibile anche dal 990 e ci godiamo assieme fino all’ultimo metro. Sulla cima non troviamo un classico rifugio di montagna ma qualcosa a metà fra una base militare e una stazione meteo; poco importa, la visuale è stupenda. Ci perdiamo tra chiacchiere e sigarette girate, riparati sotto una tettoia mentre scende una leggera pioggia. Quando smette non abbiamo fretta e continuiamo a goderci il momento.

     

    Tutto a un tratto iniziamo a sentire alcuni tuoni da sud-est. Iniziamo a prepararci con calma. Poco dopo ne sentiamo altri, questa volta da nord-ovest, ci stanno circondando e noi siamo a 2000 metri senza grossi ripari. Scendiamo dalla montagna con la solita prodiga determinazione dettata dal pragmatismo, la scampiamo per poco ma fortunatamente non prendiamo nemmeno una goccia. Man mano che ci avviciniamo a Mostar inizio a riconoscere i paesaggi bosniaci che avevo conosciuto l’anno prima, lunghe e tranquille strade bianche, le montagne cominciano ad essere meno fitte di alberi, più rocciose e paesaggisticamente emozionanti.

    Incontriamo una nuova barriera di pietre, torniamo indietro, ci perdiamo, con una geniale intuizione riusciamo a tornare sulla traccia, incontriamo dei locali che hanno bucato la coppa dell’olio della loro vecchia mercedes (ah, ma allora si rompono anche loro?) e infine conosciamo la signora Maria, che ci accoglie all’ostello Backpackers di Mostar. Maria è una signora di origine montenegrina, moglie di un bosniaco e ormai bosniaca anche lei, ma che ha lavorato per vent’anni in Campania…un mix micidiale!

    Mostar

    Può accadere di avere remore a tornare negli stessi posti di viaggi passati, c’è la paura di rovinare il ricordo di quel luogo; a me succede raramente, o quasi mai, ma non è impensabile. Quello che invece più mi spaventa è tornare in un posto che amo con persone che lo visitano per la prima volta. È come se soffrissi una qualche tipo di ansia da prestazione per il luogo che a me ha suscitato tante emozioni. È inevitabile parlare di quel luogo a chi poi dovrà vederlo, per provare ad aumentare la curiosità o anche solo per convincere che valga la pena fare tappa lì.

    Non mi dispiaceva tornare a vedere Mostar, ma lo stato emotivo in cui mi ero trovato l’anno prima, quando feci i primi passi nel suo centro storico, era stato assolutamente unico. Trentasei ore prima ero a casa, a Padova, e tutto d’un tratto mi trovavo davanti ad una moschea del 1500 col muezzin che cantava. Non conoscevo la Bosnia, non ne conoscevo la storia, non ne conoscevo la cultura (le culture) e Mostar mi ha sbattuto in faccia tutto questo in pochi passi.

    Ovviamente avevo parlato della città dello Stari Most ai miei compagni che mai c’erano stati, forse ho anche esagerato, o forse no, dopotutto inizialmente non sapevamo che ci saremo andati insieme, lo abbiamo deciso uno o due giorni prima. Man mano che ci avviciniamo sale la paura che per loro non sarebbe stato bello quanto lo era stato per me, dopotutto Mostar è anche una città turistica e per avere una certa profondità di scoperta bisogna avere tempo. Non avevo con me nemmeno la guida che avevo usato… me la rubarono con la moto. Per questo motivo ad un certo punto smetto di parlarne, sperando che i miei compagni abbiano modo di stupirsi da soli di quello che vedranno.

     

    Mi chiedo però a questo punto se non esista un confine dopo il quale raccontare diventa inutile, o addirittura dannoso; l’immaginazione è un’arma potentissima, ma il viaggio poi alla fine è fatto soprattutto di realtà, di cruda realtà. Come possiamo equilibrare le due cose? Io un mio personale equilibrio penso di averlo trovato, leggo e ascolto i racconti fino a qualche mese o settimane prima di partire, poi tabula rasa; così riesco a trovare la motivazione e la curiosità, ma quando sono veramente in viaggio non ne sono condizionato. Non so però se questo possa valere per tutti.

    Arrivederci

    Saluto intensamente, ma in velocità, i miei compagni e inforco la moto.

    Non voglio tornare a casa.

    Non succede tutte le volte, non succede in tutti i viaggi e questo viaggio è la dimostrazione che non succede nemmeno in modo direttamente proporzionale alla sua lontananza, organizzazione o lunghezza.

    Questo viaggio è la conferma che sono le piccole cose ad essere le migliori.

    E che il segreto della felicità è non avere aspettative. Just go with the flow.

    *Dopo quasi un anno scopro che quelle barriere servono ad evitare che le persone vadano in macchina a rubarsi la legna

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