• Make it Adventure – How many years to be free

    by  • novembre 6, 2017 • Me, Moto, Motori, Politica, Real, Viaggi • 0 Comments

    Un viaggio alla scoperta di due paesi diversi, ma entrambi tanto vicini all’Italia quanto sconosciuti.

    Il diario gastronomico -> http://eatingaloneornotontheroad.tumblr.com/

    Il video ->

    SABATO 12 AGOSTO, SI PARTE.

    Il bagaglio è leggero, ma non penso di aver dimenticato nulla, anche la tanica che contavo di portarmi via rimane a casa, il tappo perde.
    La preparazione mia e del bagaglio non è stata un problema, mentre la moto aveva ricevuto un nuovo regolatore di tensione giusto la notte prima.

    Si fa la solita strada per raggiungere la Croazia da Padova, passando per Trieste e entrando anche in Slovenia.
    La combinazione di un paese estero e della prima stradina di campagna fanno salire la felicità a mille.

    La ruota anteriore a medie velocità sobbalza un po’, appena mi fermo a controllare noto che il cerchio è notevolmente più storto dell’ultima volta, probabilmente al KTM Adventure Rally aveva preso altri colpi e sobbalza perchè la moto è carica…in teoria è così dal primo km, ma io me ne accorgo solo dopo qualche centinaia, in Croazia, quando l’adrenalina della partenza naturalmente inizia a calare.

    Questa prima parte di viaggio la condivido con due amici.
    Dormiamo in una chiesetta sempre aperta, dopo il beneplacito (a gesti) degli abitanti di un minuscolo villaggio ai piedi del Parco Naturale del Velebit.
    Il tramonto sul mare è uno spettacolo.

    La prima notte di viaggio non è mai fra le migliori, troppa eccitazione nell’aria e ancora troppo poco abituati al materassino.
    Scendendo dalle montagne possiamo vedere le famose isole Croate; Rab, Pag e dietro a tutte Cres.
    Riprendiamo la strada sulla costa, era la prima volta che la facevo e mi accorgo che è bellissima, avevo paura fosse trafficata e invece questa parte di Croazia rimane abbastanza selvaggia.

    Sosta pranzo a Split, il primo burek, la prima riserva di benzina che si protrae un po’ troppo a lungo e il primo incidente schivato per poco…inizia il vero viaggio!

    MOSTAR

    Verso tardo pomeriggio entriamo in Bosnia Herzegovina, da qui in poi lo stile di guida degli automobilisti diventa molto, molto tranquillo (esclusa qualche città)..tanto da stupirmi.

    Arriviamo a Mostar con ancora un’oretta di luce; qui inizia un viaggio nel viaggio, la Bosnia da qui in poi si confermerà la vera rivelazione. Un paese che non conoscevo e con una storia recente pazzesca che in parte ignoravo.

    Composta da tre etnie con culture e religioni differenti, può rappresentare veramente quello che non ti aspetteresti mai a 6ore di viaggio dall’Italia.

    Fai benzina a 0.9€, ceni con 7-10€, dormi con 7-9€…ma non solo..

    I primi minuti della passeggiata serale fatta a Mostar sono stati emozionanti; caso ha voluto che li abbiamo iniziati dal lato bosniaco mussulmano. Eravamo solo al secondo giorno di viaggio, ma dall’atmosfera sembravamo lontani migliaia di km da casa.

    A Mostar esistono due città nella città. Il fiume non è solo un elemento di separazione geografica, ma la stessa popolazione di Mostar è divisa; si dice che ci siano abitanti di Mostar che non sono mai stati dall’altra parte della città.

    Se da una parte vivono i bosniaci mussulmani, dall’altra troviamo i croati cattolici; il famoso Stari Most non è solo un ponte che collega le due parti della città, ma è anche un ponte fra due culture differenti.

    Dopo essere stati alleati contro i serbi, i croati e i bosniaci entrarono in guerra anche fra di loro. I croati distrussero il ponte, ricostruito poi con fondi internazionali (Italia tra i maggiori finanziatori) ed è ora patrimonio dell’UNESCO.

    Il nostro viaggio nella storia a Sarajevo è stato probabilmente più duro e toccante, ma Mostar la storia te la sbatte in faccia. Mostar è una città monumento, non solo il ponte, ma anche la street art, murales e scritte (per lo più nella parte mussulmana), palazzi ancora crivellati di colpi, le moschee e la grande croce sulla montagna che sovrasta la città non possono che farti sorgere domande nella testa.

    [Don’t forget, but do forgive forever.]

    Iniziamo quindi ad avere continuamente quesiti sulla storia Bosniaca, a tirare fuori spesso la guida e a fare ricerche in internet quando possibile. Questo continuerà per tutta la durata del viaggio in Bosnia ed è il segno delle cicatrici che questa terra porta.

    [il murales dei Red Army Mostar è diverso dagli altri, dice “non dimenticare mai, non perdonare mai”, si riferisce al massacro di Srebrenica]

    Dopo aver visitato la moschea più antica di Mostar, il signore che accoglieva i turisti decide che potevamo essere delle vittime perfette e ci “trolla” raccomandandoci anche di andare a visitare la chiesa al di là del fiume, sostenendo fosse bellissima. La chiesa è facile da vedere, il suo campanile è stato volutamente ricostruito più alto di qualcunque cosa, a differenza di com’era in origine.
    La chiesa in realtà è tutt’ora in costruzione, siamo entrati e c’era un camion 

    LUKOMIR

    Esattamente a metà fra Mostar e Sarajevo c’è un villaggio…è l’ultimo dei villaggi, il più remoto, raggiungibile con una bellissima strada sterrata, è l’unico villaggio in pietra della zona. (l’unico quindi a non essere stato bruciato durante la guerra)
    Dagli anni ’90 non è più abitato in inverno, siamo in montagna, a 1500 metri. Ci hanno raccontato che quando si avvicina l’estate, attorno a maggio, gli anziani abitanti iniziano a scalpitare, tornano bambini alla sola idea di farvi finalmente ritorno.

    E se per loro è così ogni anno, vuol dire che almeno una notte varrà la pena passarci, no?!
    Così è stato, gli ingredienti ci sono tutti, un umile villaggio di montagna ai piedi di una collinetta, una valle ricca di acqua e circondata da alte montagne, persone autentiche, animali, cibo ottimo e fuoristrada.

    Non tutti a Lukomir sono così contenti dei turisti, basta però ricordarsi due regole; uno essere discreti, il silenzio, la pace e la loro fragile intimità vanno preservati. Due non fotografare le anziane signore, potrebbero non prenderla troppo bene .

    Se si rispettano queste regole è possibile ricevere un invito a bere un caffè bosniaco offerto fatto in casa; tutto dipende dalla vostra capacità di comunicare a gesti, chiaramente nessun anziano parla altra lingua che il bosniaco.
    Non è un’impresa facilissima, gli abitanti sembrano avere una gestualità e un linguaggio del corpo poco compatibile col nostro, ma in qualche modo si fa!

    Impensabile comunque andarsene senza prima aver comprato almeno una calza fatta a mano da una delle signore, o senza un cucchiaio di legno fatto con un semplice coltello dal nonno di Samra, o senza aver assaggiato la pita e la rakija di Narsid.

    Grazie a loro, in particolare a Narsid per l’ospitalità, grazie a Born To Be Free per avermi ricordato di Lukomir prima di partire.

    Speriamo non cambi troppo.

    Lascio le montagne non prima di aver esplorato un po’ di strade sterrate in solitaria; incontro due motociclisti facente parte di un motoclub del luogo, non sono riuscito a decifrare le loro moto, erano chiaramente qualche accrocchio derivato alla lontana da una moto da enduro anni 80 🙂

    Parliamo un po’, sono due sagome, quando mi offrono una birra capisco lo stile, anche se già l’abbigliamento era un chiaro indizio. Continuavano a fare battute, prendiamo in giro la nostra mancanza di capelli, la nostra pancia e il povero polacco che qualche centinaio di metri prima aveva rinunciato a fare il fuoristrada perchè troppo difficile.
    Alla fine però una domanda seria dovevo fargliela…
    Io: “cosa pensate dell’attuale situazione politica della Bosnia?”
    Loro: “è un casino, ma alla fine basta avere una birra in mano e il serbatoio col pieno di benzina e tutto va bene!”

    SARAJEVO

    Troppo poco, siamo rimasti troppo poco.

    I momenti più belli normalmente sono quelli non calcolati, non progettati. A maggior ragione in viaggio, quando più di tutto conta la capacità di immergersi dove ci si trova.
    Per questo motivo, di solito, non amo programmare le tappe di un viaggio dall’inizio alla fine.

    Questa volta invece per motivi logistici almeno metà delle tappe era già decisa…e in Bosnia ci siamo stati troppo poco, come troppo poco è una sola notte nella cosmopolita Sarajevo.

    È un vero “meeting of culture“, dove convivono mussulmani, ortodossi, cattolici ebrei e altre minoranze.

    Dopo che il nostro host di Airbnb ci ha tirato il pacco della storia, non ci è voluto molto perchè trovassimo un’altra sistemazione grazie ai passanti e ai vicini della zona.

    La gentilezza delle persone incontrate è stata a volte disarmante nella sua semplicità; anche se in questo caso eravamo dei turisti qualunque, siamo sempre stati trattati benissimo.
    Come quando dopo cena siamo entrati in un negozio di dolciumi particolari, la ragazza al banco ce ne fa assaggiare qualcuno, ma a noi non piacciono. Solo che la ragazza era talmente gentile (e carina) che non ce la facciamo a non comprarne qualcuno.
    A quel punto però non ci andava di prenderne chissà quanti, tanto non ci piacevano, e ne chiediamo solo quattro pezzi.
    La ragazza, forse capendo la situazione, non li pesa nemmeno e semplicemente ce li regala, fantastico.

    Le ultime ore a Sarajevo abbiamo avuto la possibilità di passarle in compagnia di Samra, conosciuta grazie a questo video
    https://www.facebook.com/seipercento/videos/306176093082819/ grazie a Il 6% che va in moto tutto l’anno

    I’m always happy to meet new people” mi ha scritto prima che ci incontrassimo

    Grazie a lei abbiamo potuto fare un tuffo nella cultura Bosniaca come mai avremo potuto in altri modi, parlando di presente, ma anche ovviamente di passato e di futuro. Grazie.

    Me ne vado dalla Bosnia dopo aver visitato un museo sulla guerra e in particolare su Srebrenica, passando per i territori serbi con uno strano senso di pesantezza, come se l’aria fosse improvvisamente cambiata.
    Naturalmente è solo una sensazione.

    In teoria l’idea era di passare solo in giornata attraverso il Montenegro, ci ero già stato nel 2014.
    Ma la voglia di rivedere quei posti e l’idea di spezzare a metà il viaggio fino in Albania ci ha fatto cambiare idea.

    DURMITOR

    In Montenegro abbiamo ben pensato di passare in uno dei posti penso più suggestivi che il paese abbia da offrire, il parco nazionale del Durmitor.

    Quelle rocce hanno qualcosa di ipnotico.

    E così tre anni dopo non potevo non fare un paio di foto negli stessi identici posti 

    ALBANIA

    Era da tre anni che aspettavo di rientrare nel paese delle aquile. Quella volta dal Montenegro dovevo arrivare in Grecia e attraversai tutta l’Albania da nord a sud in una sola giornata, quasi con un po’ di timore non sapendo cosa aspettarmi.

    L’impressione fu stata di un paese vero, autentico, povero. Un paese che a poche ore di nave dall’Italia rappresenta una meta veramente esotica, diversa; da allora desideravo tornarci.

    L’Albania è effettivamente tutto questo e non solo.
    Anche qui possiamo trovare un paese che sta ancora facendo i conti col passato, anche qui è un tuffo nella storia più o meno recente, anche qui si sta cercando di costruire e di ripartire.

    Le cause sono però diverse da quelle della Bosnia, qui una vera guerra recente non c’è stata (nel 1997 c’è stata una guerra civile durata pochi mesi), qui c’è stato un regime comunista, durato un cinquantennio, un regime che aveva preferito l’autoisolamento nei confronti di tutto il mondo, compreso quello comunista russo, cinese e juguslavo; isolamento dovuto alla convinzione di essere l’unica vera roccaforte marxista al mondo.

    Ma prima di questo c’è una cultura antica e una lingua antichissima resistite a 450anni di dominazione ottomana, un eroe della resistenza all’invasione turca ancora oggi celebrato, una resistenza all’invasione fascista ricordata nel porto di Durazzo, una resistenza al nazifascismo che salvò dalla persecuzione tutti gli Ebrei presenti sul proprio suolo.

    C’è insomma un popolo fiero, un paese per lo più montuoso e rurale, un paese curioso che può finalmente guardare a chi sta attorno a lui e al futuro.

    C’è un collegamento a filo doppio con l’Italia, molti parlano l’Italiano, tanti sono emigrati in Italia 20anni fa e ad agosto tornano dai parenti, ma tanti altri l’italiano lo sanno perchè l’hanno imparato in televisione. Avere la targa italiana in Albania ti permette di avere un caffè o una birra offerti quasi ad ogni sosta…si sentono in debito con noi; l’Italia alla fine dei conti ha accolto e dato il lavoro ai suoi figli e i suoi figli ora cercano di aiutare la loro patria d’origine, motivo in più per “coccolare” il turista italiano che la va a visitare.

    In Italia il termine “albanese” è spesso dispregiativo, manifestando così tutta la nostra provincialità; in Albania “italiano” è qualcuno da far sentire a casa e qualcuno da ringraziare.

    THETH

    La prima tappa in Albania è stata Theth, un villaggio fatto di case sparse diventate per lo più guesthouse ristrutturate da poco; non esiste asfalto e il terreno è roccioso e pietroso, si trova in una valle delle alpi Albanesi, montagne chiamate “maledette” dove più che altrove ha resistito la legge del kanun basata sull’ospitalità e sulla vendetta; montagne impenetrabili e bellissime che riescono a farti ricordare casa (mai fino ad ora mi era successo di trovare montagne così belle fuori dalle nostre alpi).

    La strada per arrivare fino a metà è stata rifatta da poco con fondi europei, una tortuosa strada di montagna tirata a lucido con tanto di belvedere; ad un certo punto in poi però improvvisamente la strada diventa sterrata, il centro informazioni è in costruzione e ho visto più asini che macchine.

    La guesthouse che abbiamo scelto era molto carina da fuori, ma noi con 4€ abbiamo preferito piantare la tenda dietro l’edificio…quello che in pratica era un parcheggio, visivamente chiuso, con materiale edile sparso; il bagno era nella vecchia casa dove loro vivono, lo sciacquone era mezzo rotto e la doccia la fai senza un box, direttamente in mezzo al bagno che puntualmente si allagava.
    (la strategia di non avere il box doccia è rimasta comune a tutte le case Albanesi che ho visitato in seguito, ma almeno le volte successive l’acqua defluiva correttamente)
    Fin dal primo impatto quindi capiamo quanto questa sia una terra di contraddizioni, che si trova ora in un momento di passaggio.

    Proprio qui ho scattato quella che potrebbe essere la foto simbolo (purtroppo mossa e da dietro) della situazione attuale in Albania…un ragazzo in sella ad un asino con il capo curvo intento a messaggiare con lo smartphone.

    SHKODER

    Il primo impatto con la società albanese è stato…particolare.

    Dovevo arrivare in ostello, evidentemente uno poco conosciuto e male segnato su google maps, rivelatosi poi poco più che una normalissima casa molto ben arredata e adibita a ostello da una ragazza giovane che si faceva aiutare dalla madre (ignara di altre lingue oltre l’albanese).

    Mi fermo dove google maps mi segnava il posto, ma non c’era nulla, mi sono ritrovato proprio in un angolo di strada tutto buio; faceva caldo, scendendo dalle montagne, ma nonostante fosse ormai buio, la temperatura aumentava sempre di più e io non ci volevo credere. Alla fine il termometro segnava 34gradi alle 9 di sera.

    Faccio appena in tempo a guardarmi attorno pochi secondi che un signore con capelli ricci lunghi mi chiede se era tutto ok; ricordo distintamente che mi fece quella domanda alle mie spalle, aveva infatti appena adocchiato la mia targa italiana e non vedeva l’ora di mettere in pratica il suo italiano imparato alla televisione.

    Dopo di lui anche una signora e poi un altro vecchietto si sono fermati per darmi una mano; non conoscevano l’ostello, ma in qualche modo recupero il numero di telefono, così hanno potuto fare loro la chiamata e parlare in albanese alla proprietaria.

    Il ragazzo riccio aveva capito dov’era il posto e mi chiede di poter montare dietro in moto per mostrarmi la destinazione.
    Ho provato a dirgli che non aveva il casco, ma era chiaro a tutti e due che non potevo essere serio.

    Così il primo impatto con il popolo albanese è stata una scampagnata in moto in due a Shkoder 

    TET, TRANS EURO TRAIL – BERAT – GJIROKASTER

    Il giorno dopo inizia la mia avventura sulla Trans Euro Trail albanese, in fuori strada da solo.

    La prima mattina ero un po’ demoralizzato, il fuori strada non era particolarmente bello, faceva caldo e le città fantasma costruite dal regime anni fa e ora disabitate non trasmettevano serenità.

    Ma l’umore era destinato a cambiare.

    A pranzo arrivo a Lure in mezzo alle montagne, la traccia proseguiva salendo su una montagna con dei laghetti che dicono essere su strada molto dissestata e difficile.
    Ma prima mi fermo in uno dei due bar del paese.
    Il bar non aveva da mangiare, solo un po’ da bere. Era un bar fantasma, quattro vecchietti bevevano birra e un ragazzo giovane era al banco.
    Il ragazzo fortunatamente qualche parola di inglese la parlava e si fa in quattro per procurarmi da mangiare.

    L’unica cosa che poteva propormi era della carne tagliata a straccetti, appoggiata su un tagliere e riposta nel frigo delle bibite.
    Controllo il colore e mi sembrava ok, quindi accetto, scopro dopo che era un capretto macellato il giorno prima.
    Dovetti aspettare un po’, il pane lo andò a prendere in motorino a casa.

    Poco dopo succede una cosa che da quel momento in poi sarebbe successa nella maggior parte delle soste fatte in una piccola città o villaggio albanese. Qualcuno aveva sparso la voce che c’era un italiano in paese, se in quel momento quindi non c’era nessuno con me che parlava italiano, stai sicuro che sarebbe arrivato di lì a poco.

    Finisco quindi il pranzo con un albanese che vive a Genova, è in italia da 15 anni e da 2-3 è anche cittadino italiano; ha un accento tremendamente genovese, ma non è tirchio, mi offrirà il caffè e la birra. Parliamo di tante cose, lui ogni agosto torna a ritrovare i parenti ed è preoccupato per i giovani del posto che non hanno niente da fare, nemmeno lì i giovani vogliono fare la vita da montanari.

    Grazie al “traduttore” riesco quindi a farmi confermare dai locali che la strada dei laghetti è dura da fare con la moto carica, mi consigliano un’altra strada che si rivelerà comunque non troppo semplice.

    Fare fuoristrada con una temperatura che oscilla fra i 35 e i 38 gradi è una stupidata.
    Cerco quindi un posto dove poter pranzare e far scorrere le ore più calde seduto con calma.

    Arrivo in un paesino anonimo sulle sponde di un laghetto.
    C’erano due ristorantini, uno era chiuso, l’altro era aperto e con dei bei tavoli all’aperto all’ombra di piante rampicanti; ma avvicinandomi per buttare l’occhio dentro mi accorgo che ospitava una festa e che non c’erano altri clienti.

    Scoraggiato torno alla moto, ma come al solito un signore legge la mia targa e mi parla in italiano.

    Era il padre della bambina festeggiata (era una specie di battesimo), che purtroppo mi conferma che tutto il ristorante era occupato, ma mi chiede comunque se volevo una birra.

    Vive a Brescia da diverso tempo, è cittadino italiano anche lui da pochi anni e i suoi figli di 7-10 anni parlano sia l’italiano che l’albanese. Parliamo molto assieme, sia con lui che con un altro padre di famiglia immigrato in italia da 20 anni e che ora fa l’imprenditore…un vecchietto invece tenta di parlarmi in inglese, ma ci capisco gran poco .

    Alla fine riescono a tirar fuori un pollo (intero) e dell’insalata, birra caffè…ah si , e dell’uva raccolta direttamente dalla pianta.

    È qui che inizio a entrare meglio nell’ottica di cosa voglia dire vivere in alcune zone molto rurali. Quel pollo è vero che era stato comprato al mercato, ma probabilmente a venderlo era stato il vicino di casa con il pollaio.
    Se il giorno prima non c’erano polli al mercato locale, io quel pranzo non lo potevo fare.
    Non ci sono supermercati e tutto è per forza di cose biologico.

    Coltivare la terra e allevare gli animali non è una scelta, ne un’occasione di sostentamento economico, ne solo tradizione…ma spesso è sopravvivenza.

    La sera arrivo a Berat, patrimonio mondiale dell’UNESCO (assieme a Gjirokaster che visiterò il giorno dopo), per il suo bellissimo centro storico di epoca ottomana ben conservato.
    C’è molta afa, l’ostello creato da un inglese è un gioiello, ma dopo giornate in mezzo ai paesini sperduti nel nulla arrivare in un ostello ricolmo di “backpackers” fa un effetto strano e non sfrutto particolarmente l’occasione.

    L’interno dell’Albania non è facile da girare, l’esperienza fuoristradistica qui è stata molto più dura dell’esperienza fatta due anni prima sui Pirenei.

    I motivi sono tanti, sicuramente la traccia è stata un po’ più difficile, ma il vero problema è quello che c’è fuori dalla traccia.
    Ad ogni tramonto mi ritrovavo a fare ore e ore di fuoristrada non previsto; quando uscito dalla traccia cercavo di avvicinarmi al posto dove intendevo dormire, trovavo puntualmente strade sterrate lunghe decine di chilometri, semplicemente perchè quelle erano strade normalmente percorse per muoversi. Le mappe poi non aiutano, il tipo di strada segnata non è assolutamente affidabile.

    Ogni giornata quindi si concludeva con un misto di emozioni date dallo spettacolo delle strade sterrate di montagna al tramonto (l’Albania è comunque prevalentemente montuosa), ma anche dalla paura di ritrovarmi da solo al buio con una ruota bucata in mezzo al nulla.

    Ma la soddisfazione di riuscire ad arrivare a fine giornata sano, salvo e con la mente piena di immagini, paesaggi e persone è impagabile.

    [SCRITTO IN VIAGGIO]

    Alla fine di una giornata calda e polverosa, quando l’acqua del camelbak inizia a scarseggiare, quando inizi a pensare che l’anno prossimo il viaggio lo farai al fresco a capo nord, quando decidi che è ora di trovare da dormire…ecco che dal nulla spunti nella bellissima piazzetta tutta lastricata di pietre colorate di un paesino collegato col resto del monto solo da una strada sterrata. Una piazzetta pulita, ordinata e popolata di uomini.

    Tu sei tutto sporco di fango e polvere, non guidi uno dei loro soliti scooter quattro tempi usati anche nelle peggiori mulattiere, ma sei su un mezzo grosso e carico di borse.
    Sei di fatto un marziano e tutti si girano a guardarti.

    Così il rapporto parte sbilanciato, tu sei l’italiano che vive in un paese ricco, che ti puoi permettere una moto costosa, che chissà cosa penserai dell’albania e degli albanesi.
    Loro vivono lì, orgogliosi del loro paese, ma coscienti che i turisti di solito non hanno motivi per arrivare nel loro paesino, e perchè dovrebbero?
    L’unico modo per arrivarci sono km e km di polvere o fango…oppure percorrere il letto di un fiume.

    Cosa fare per riequilibrare il rapporto? Mi piacerebbe scendere dalla moto e fare una foto…lo escludo…così sottolineerei ulteriormente lo squilibrio, spettacolarizzerei il loro stupore e il loro stile di vita.
    Purtroppo la telecamera da casco non è sul casco, l’avevo appena fissata sulla borsa per fare qualche ripresa mentre attraversavo il letto del fiume. In quel momento non riesco nemmeno ad allungare la mano per accenderla, tutti mi guardano.
    Parliamo di pochi secondi, ma il distacco fra te e loro è palpabile.
    Non resta che alzare la mano in segno di saluto.
    Tutti si distendono e sorridono, molti rispondono al saluto…e il calore di questa terra torna a farsi sentire.

    In teoria la mia Trans Euro Trail (TET) in Albania stava già volgendo al termine, lungo il percorso ho saltato qualche pezzo e anche l’ultimo giorno ne salterò uno; era un tratto di guadi e sassi mossi, la notte prima aveva fatto un temporalone e i fiumi si erano ingrossati…meglio evitare.

    Ma mi mancava qualcosa, era finita troppo presto, allora decido di seguire la traccia almeno fino a che non iniziava il tratto con i guadi.

    Mi trovo in una delle valli e dei passi più belli mai fatti, le montagne e i paesaggi al sud sono decisamente i più belli (dopo le Alpi albanesi).

    Per caso guardando la mappa mi accorgo di una bella linea che mi permetteva di non tornare indietro e di tagliare per arrivare a Gjirokaster.

    Era però segnato come tratto marrone tratteggiato, quello che in italia varrebbe come strada sterrata normale.
    Lì invece una strada segnata così non l’avevo mai fatta, anche il peggior tratto della traccia TET era segnato sulla mappa come linea bianca.

    Geograficamente però era un “taglione” perfetto.
    Arrivo al bivio e mi faccio coraggio vedendo che c’era un segnale stradale che indicava un paese proprio seguendo quella strada.
    Trovo un pastore che mi sa solo dire a gesti che un po’ di salita c’è, ma non faceva altro che sorridere e io non riesco a capisco la gravità di questa salita.

    Mi trovo su una bella mulattiera salendo e su vari tornanti scendendo, un paio di volte rischio di brutto, ma arrivo sano e salvo in un paesino fuori dal mondo. Ne valeva la pena.

    Arrivo a Gjirokaster la sera, solo 2 strade centrali sono illuminate e non capisco nulla della città; faccio la miglior cena del viaggio con del cibo in tutto e per tutto greco.

    Il giorno dopo finalmente capisco la bellezza della città chiamata “Fortezza Argentata”. Un insieme di vicoli con case antiche in pietra, un po’ di verde qua e là, diversi quartieri ognuno con un suo carattere e la fortezza che sovrasta la città.

    GJIPE BEACH

    Su segnalazione di un’amica mi dirigo verso Gjipe Beach; una spiaggetta a cui si arriva solo da una strada sterrata non troppo facile, fattibile quindi solo a piedi o con mezzi da fuoristrada.

    La discesa non è mai troppo complicata, ma inizio a chiedermi se il giorno dopo sarei riuscito a fare la salita.
    Arrivato giù vedi alcuni 4×4 rialzati di due famiglie di polacche, una spiaggia di sassi niente male, un eco camping e un piccolo ristorantino…ovviamente non è facile portare i materiali giù, soprattutto se usi una Jimmy scassata che sputa abbondante fumo bianco.

    L’orata alla griglia era un qualcosa di eccezionale e dopo cena capita di fare qualche incontro con altri viaggiatori.

    La mattina riesco a tornare , solo dopo aver sudato sette camice e aver maltrattato la frizione.

    Direzione Durazzo, il giorno dopo ci sarà il traghetto.

    Prima di entrare in città però decido di fare un tratto di offroad consigliatami da amici a nord-est di Tirana…faccio due curve e succede una cosa che fin’ora non mi era mai successa in viaggio da carico…cado!
    Cado su un tornante ai 2 km/h, niente di che quindi, ma ovviamente la moto cade in contropendenza, facendo quindi
    poi una fatica micidiale a tirarla su.
    Fatta anche questa! Ho pensato che forse era un segno, era ora di salutare il fuoristrada albanese. 

    DURAZZO

    Durazzo è una città ben mantenuta e turistica, il lungo mare pullula di persone e di ristoranti, le piazze e le strade centrali sono luminose e piene di vita.

    Non può ovviamente mancare qualche buca qua e là e qualche strada in costruzione…attenzione a superare le macchine in coda, potresti finire con la moto dentro un tombino.

    Ho evitato Tirana perchè me la sconsigliavano rispetto Durazzo e tutto sommato perchè ero lì solo per prendere il traghetto il giorno dopo.

    Mangio l’ultimo burek all’ombra delle mura romane, subito dietro l’anfiteatro e mi imbarco, non sapendo cosa mi sarebbe successo di lì a qualche ora.

    BARI

    Arrivo al porto di Bari la sera del 24 agosto senza euro in contanti, affamato e con mezzora di tempo prima che chiudesse il checkin dell’ostello.

    Un po’ emozionato dall’essere tornato in italia, dal dover prelevare euro e all’idea di cercare il miglior panzerotto di Bari, inforco la moto in direzione ostello.

    Chi mi fa il checkin è una tipa californiana, la quale appena scopre che sono di Padova ci tiene molto a farmi sapere che è una cara amica dei Rumatera

    Non trovo panzerotti degni di nota, i posti più famosi che li fanno sono chiusi; trovo invece un laboratorio di pasticceria aperto fino a tardi, uno di quelli che un cornetto lo paghi 50centesimi o anche meno…viva l’Italia.

    La mattina il checkout me lo fa una spagnola.
    Sono vestito da moto, compresi gli stivali da offroad, il programma era uscire subito da Bari e andare a visitare Matera, i giorni successivi avrei gironzolato per le dolomiti lucane e risalito gli appennini con un po’ di fuoristrada.

    Nonostante la colazione dell’ostello fosse inclusa, preferisco farla al bar per velocità (e per mangiare un cornetto decente).
    Ho con me il borsone centrale dove porto sempre tutto il necessario per una sola notte al chiuso e la borsa a serbatoio dove tengo le cose preziose.
    Mentre Il materiale da campeggio, il resto dei vestiti e altre cose le lascio sempre nelle borse rigide che rimangono attaccate alla moto.

    Il bar era di fianco all’ostello, ignaro faccio colazione in tranquillità. Poco dopo esco e giro l’angolo con le chiavi in mano.
    Non c’era più la moto.

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